Addio a Carlo Vanzina Signore della Commedia all’Italiana


taglioAlta_00118E’ morto oggi, dopo una lunga malattia, CARLO VANZINA, uno dei più prolifici registi di commedie del cinema italiano e l’inventore del “cine-panettone”.

Riporto il link di una bellissima intervista concessa ad Andrea Pascani per “Coffee break” in onda su la 7 dove il Regista oltre a presentare l’ultimo film del 2017 “Caccia al tesoro” si lascia andare ad una riflessione attenta su quale è stato da sempre il punto di forza delle sue commedie affermando da subito che “la commedia italiana esiste nelle strade“. E aggiunge: “Quando la mattina leggi il giornale trovi mille spunti per la commedia all’italiana. Questo è il Paese della commedia all’Italiana perchè noi abbiamo un tipo di approccio alla vita che è meraviglioso perchè riusciamo a trovare il lato comico anche nelle tragedia“.

Diplomatosi alla scuola francese Chateaubriand di Roma, Carlo inizia la carriera nel cinema nei primi anni ’70 come aiuto regista di Mario Monicelli nei film ‘Brancaleone alle crociate’ (1970) e poi ne ‘La mortadella’ (1971). Dopo aver collaborato con il padre Steno (‘Anastasia mio fratello’, 1973) e con Alberto Sordi (‘Polvere di stelle’, 1973), nel 1976 dirige il suo primo film, ‘Luna di miele in tre’, scritto dal fratello Sceneggiatore Enrico e con protagonista Renato Pozzetto. Da allora ha realizzato, nel corso di circa quarant’anni di carriera una sessantina di film.

La lista è lunghissima, e quindi oltre al già citato Luna di miele in tre, ricordo Eccezzziunale Veramente, Sapore di Mare, la serie di Vacanze di Natale, e poi Vacanze in America, Amarsi un po’, Yuppies, Sognando la CaliforniaPiccolo Grande Amore, S.P.Q.R 2000 e 1/2 anni fa, I Mitici – Colpo Gobbo a Milano, Io no spik Inglish, Il Pranzo della domenica, Il ritorno del Monnezza, Ti presento un amico, La Vita è una cosa meravigliosa, Ex – Amici come prima, Buona Giornata, Mai stati uniti, Torno indietro e cambio vita, Non si ruba a casa dei ladri fino ad arrivare all’ultimo Caccia al tesoro.

Si occupa anche di televisione firmando la regia delle due serie ‘Anni ’50’ e ‘Anni ’60’ (1989) e delle quattro di ‘Un ciclone in famiglia’ con Massimo Boldi e Barbara De Rossi.

Ho sempre pensato a Carlo Vanzina come ad un regista colto e raffinato che ha saputo raccontare con saggezza e intuizione le fragilità e i costumi della società dei nostri tempi, riportandoli sul grande schermo, con un fattore in più, quello umano.

La critica ha sempre etichettato i film dei Fratelli Vanzina come “cinepanettoni”, ma ammettiamolo, hanno davvero avuto il privilegio di inventare un nuovo filone e come disse una volta lo stesso Carlo Vanzina in una intervista raccolta nella biografia “Cinquantamila” da Giorgio dell’Arti: «Mio padre ci ha sempre insegnato che il nostro è un mestiere artigianale, come fare l’avvocato. Non pensiamo di costruire capolavori. I nostri film sono entrati nel dna degli italiani. Sono un rito liberatorio: come il rutto libero di Fantozzi davanti alla tv».

Ci mancherai Carlo! RIP

Alessia Curcio

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Addio a Dario Fo il Sommo Istrione


fo_dipinto1 Di morire Dario Fo non ne aveva nessuna intenzione: «Non temo la morte, ma neanche la corteggio. Se hai campato bene è la giusta conclusione della vita». Anche sul letto d’ospedale ha trovato la forza di scherzare sul suo stato di salute: «È come una sfida a ramino. Puoi vincere o perdere, ma quel che conta è la partita».

Beh che cosa dire? Sono molto triste perchè se ne è andato un altro grande rappresentante della cultura italiana, un uomo libero che non ha mai avuto paura di esporsi nella vita politica e sociale del nostro Paese. Non era solo drammaturgo, regista, attore e scenografo, ma anche scrittore, attivista politico e pittore. Dario Fo ci ha lasciati oggi a 90 anni, per problemi respiratori. Era nato a Sangiano, in provincia di Varese da un ferroviere e una contadina e nel 1997 aveva vinto il premio Nobel per la letteratura con la motivazione: «Perché, seguendo la tradizione dei giullari medievali, dileggia il potere restituendo la dignità agli oppressi».

Fo aveva studiato pittura a Brera e architettura al Politecnico di Milano. Dopo la guerra fu l’incontro con Franco Parenti a spingerlo alla stesura di alcuni sketch e a calcare le scene del varietà. Nel 1954 Dario Fo sposò Franca Rame, con cui ebbe un figlio nel 1955, l’attore Jacopo Fo. Sono rimasti insieme per quasi sessant’anni, fino alla morte di lei nel 2013, lavorando e condividendo l’impegno civile. Negli anni ’60 Fo aveva acquistato popolarità con una serie di commedie, da ‘Gli arcangeli non giocano a flipper‘ del 1959 con cui nacque la Compagnia Fo-Rame a ‘Chi ruba un piede è fortunato in amore‘, ‘Isabella tre caravelle e un cacciaballe‘, ‘Settimo: ruba un po’ menò su imbrogli e speculazioni edilizie in un cimitero‘, ‘La signora è da buttare‘.

È grazie a questi successi che la Rai ‘democristiana’ di Ettore Bernabei, nel ’62 affidò alla coppia di artisti Canzonissima. Dario e Franca presentavano sketch a sfondo sociale, sul malaffare e le morti bianche. I vertici Rai reagirono male, pretesero il controllo dei testi e dopo sette puntate Fo e Rame abbandonarono la trasmissione. Il risultato fu la censura della RAI per 15 anni.

Finalmente arrivò nel 1969 ‘Mistero buffo‘, la sua opera più celebre, una ‘giullarata’, come lui stesso la definiva, nella quale Fo recitava in grammelot, ossia un linguaggio teatrale che si rifà alle improvvisazioni giullaresche e che è costituito da suoni provenienti da parlate diverse. Poco dopo uscì ‘L’operaio conosce 300 parole, il padrone 1000, per questo lui è il padrone‘, che nell’anno della contestazione giovanile e delle agitazioni nelle fabbriche, aprì la stagione dell’impegno politico diretto nel PCI.

Durante gli anni ’70 Fo ruppe con il PCI e si avvicinò alla Sinistra extraparlamentare, fondando con Franca Rame “Soccorso Rossoper sostenere i detenuti politici.

Seguirono poi ‘Morte accidentale di un anarchico‘, ‘Pum pum! Chi è? La polizia!‘, ‘Ci ragiono e canto‘, ‘Il Fanfani rapito‘, arrivando nel 1977 a ‘Tutta casa letto e chiesa‘ di e con Franca Rame e al ‘Fabulazzo osceno‘ del 1982.

Dalla fine degli anni Novanta si è molto impegnato nella critica di Silvio Berlusconi, sul quale ha scritto le opere satiriche ‘Ubu rois, Ubu bas e L’Anomalo Bicefalo’, l’ultima con Rame che interpretava Veronica Lario mentre Fo Berlusconi.

Nel 2006 Fo partecipò alle elezioni primarie del centrosinistra per la nomina del candidato a sindaco di Milano, arrivò secondo, dopo Bruno Ferrante, che però poi perse le elezioni municipali e fu eletta Letizia Moratti. Nel 2007 invece Fo partecipò come personaggio e voce narrante a un documentario cospirazionista sull’attentato terroristico dell’11 settembre 2001, ‘Zero. Inchiesta sull’11 settembre’.

Negli ultimi anni Fo ha sostenuto il Movimento 5 Stelle e con Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio scrisse il libro ‘Il Grillo canta sempre al tramonto. Dialogo sull’Italia e il Movimento 5 Stelle’ e ‘Un clown vi seppellirà‘ entrambi del 2013, sempre con quella sua vena anarchica, contro il potere. Nello stesso anno Grillo propose Fo come Presidente della Repubblica, dopo Giorgio Napolitano.

L’ultima fatica letteraria l’aveva presentata lui stesso a Milano il 20 settembre scorso. L’opera, completa di tavole illustrate dello stesso Fo, dal titolo “Darwin ma siamo scimmie da parte di padre o di madre?” ha introdotto il concetto di creazionismo: “Più si va avanti più sballa ogni cosa“, aveva detto a ilfattoquotidiano.it. “Non è vero che eravamo bianchi di pelle, siamo nati molti secoli prima, in piena Africa, e naturalmente eravamo neri. Adamo ed Eva erano neri e soprattutto Dio, essendo il padre, è a sua volta nero”.

Mesi fa, nel cortile della sua casa milanese, era rimasto colpito davanti a una rosa sbocciata all’improvviso, fuori stagione. Era certo che fosse stata la sua Franca a fargli quel regalo, come segno della sua presenza. «Lei è sempre accanto a me, ogni volta che non so come trarmi di impaccio, la chiamo e mi risponde». Chissà se ora lì accanto ne crescerà un’altra!

Chiudo con alcune delle sue più belle citazioni:

“La cultura non si può ottenere se non si conosce la propria storia”.

“Siamo un Paese di disinformati che continua tranquillamente a voler dimenticare tutto quello che succede e metterlo sotto i piedi”.

“Giustamente un grande democratico del nostro Paese diceva: «L’ignoranza diffusa dei fatti è il maggior supporto all’ingiustizia». Ma questa assenza distratta dei giovani viene da chi li educa e li dovrebbe informare, e costoro sono invece i primi assenti e disinformati, parlo dei maestri e dei responsabili della scuola. I giovani, in gran parte, soccombono al bombardamento di banalità e oscenità gratuite che ogni giorno i mass media propinano loro”.

“Un uomo che non partecipa alla vita della comunità, che si estranea, è un morto che cammina”.

“Abbiamo perso l’indignazione, la dignità, la coscienza, l’orgoglio di essere persone che hanno inventato la civiltà. Siamo degli ingiusti che se ne fregano della giustizia. Cosa lasciamo ai nostri figli?”

Addio al talentuoso re della risata Gene Wilder


willy_wonka_by_gw78-d9q8pg8E’ morto ieri a 83 anni, a Stamford, nel Connecticut, l’indimenticabile Gene Wilder, affetto da tempo dal morbo di Alzheimer. Il suo vero nome era Jerome Silberman, quello d’arte un omaggio alla madre Jeanne e allo sceneggiatore Thornton Wilder. Era nato a Milwaukee l’11 giugno del 1933 da una famiglia di ebrei russi immigrati. Terminati gli studi in America si era trasferito in Inghilterra e lì aveva frequentato la Bristol Old Vic Theatre School e anche una scuola di scherma, grazie alla quale, una volta rientrato in America, tenne lezioni di scherma per mantenersi. Nel 1963 Wilder era stato scritturato per lo spettacolo teatrale Madre coraggio e i suoi figli. Nel cast con lui c’era l’attrice Anne Bancroft, la futura moglie di Mel Brooks che sarebbe diventato suo marito un anno dopo, nel 1964. Fu lei che li fece incontrare. Una prima svolta per Wilder, nel 1967 quando riuscì ad accedere all’Actor’s Studio e a debuttare sul grande schermo come comparsa, in Gangster Story di Arthur Penn. Nel 1968 partecipò a Per favore non toccate le vecchiette, di Mel Brooks che gli valse una nomination all’Oscar come migliore attore non protagonista. Purtroppo la sua carriera subì una caduta a causa di alcuni flop commerciali come Fate la rivoluzione senza di noi di Bud Yorkin (1970) e Che fortuna avere una cugina nel Bronx di Waris Hussein (1970). Ma uno dei ruoli secondo me più importanti per la sua carriera fu quello nel film Willy Wonka e la fabbrica di cioccolato, 1971, di Mel Stuart. Continua il successo nel 1972 con il film di Woody Allen Tutto quello che avreste voluto sapere sul sesso (ma non avete mai osato chiedere). Boom al botteghino per i due film di Mel Brooks del 1974, Frankestein Jr. e Mezzogiorno e mezzo di fuoco. Partecipò ad altri film: Wagons-lits con omicidi del 1976, Scusi, dov’è il West? del 1979, Nessuno ci può fermare, del 1980, Hanky Panky – Fuga per due del 1982 dove Wilder conosce la futura compagna di vita, Gilda Radner. Ultimi film degni di nota per la sua carriera sono stati Non guardarmi, non ti sento del 1989, Bebè mania e Non dirmelo…non ci credo entrambi del 1991.

Wilder è stato anche Regista di quattro film: Il fratello più furbo di Sherlock Holmes del 1975, Il più grande amatore del mondo del 1977, La signora in rosso del 1984, Luna di miele stregata del 1986.

Negli anni ’90 lo vediamo in tv nella sit-com Quel pasticcione di papà, in onda per una sola stagione e sempre in tv, con un adattamento della Nbc di Alice nel paese delle meraviglie e in due tv movie da lui sceneggiati, The lady in question e Murder in a small town (mai usciti in Italia). Ha partecipato anche al telefilm Will & Grace, con un ruolo che gli fa guadagnare un Emmy Award.

Ha pubblicato due libri, il primo nel 2005 Baciami come uno sconosciuto, e il secondo nel 2008, The Woman Who Wouldn’t. Nel 2007 pubblica il suo primo romanzo La mia puttana francese, e nel 2010 una raccolta di storie What is This Thing Called Love.

Per me Gene Wilder resta uno degli attori più geniali e divertenti del cinema mondiale. E poi sono legatissima ad uno dei suoi film, Frankenstein Jr., perchè è stato il film con cui mi sono esercitata di più alla Scuola di Doppiaggio che feci qualche anno fa e del quale conoscevo a memoria quasi tutte le scene e battute. A proposito “Frankenstein Jr.” nel 2000 è stato inserito dall’American Film Institute al 13esimo posto nella classifica delle 100 migliori commedie americane di tutti i tempi e nel 2003 nel National Film Registry della Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti.

Voglio chiudere con due scene tratte dal film Frankenstein Jr. che non scorderò mai:

PRIMA SCENA

Igor: Doctor Frankestein?
Frederick: Frankenstin
Igor: Vuol prendermi in giro?
Frederick: No, si pronuncia Frankenstin
Igor: Allora dice anche Frederaick.
Frederick: No, Frederick
Igor: Be’, perché non è Frederaick Frankestin?
Frederick: Non lo è… È Frederick Frankestin…
Igor: Capisco.
Frederick: Tu devi essere Igor.
Igor: No, si pronuncia Aigor.
Frederick: Ma mi hanno detto che era Igor!
Igor: Be’, avevano torto, non le pare?
Frederick: Non voglio metterti in imbarazzo, ma sono un chirurgo di una certa bravura, potrei forse aiutarti per quella gobba.
Igor: Quale gobba?

SECONDA SCENA

Inga: Lupo ulula…
Dr. Frankenstein: Lupo “ululà”?
Igor: Là.
Dr. Frankenstein: Cosa?
Igor: Lupo ulu e castello ulu.
Frederick: Ma come diavolo parli?
Igor: È lei che ha incominciato!
Frederick: No, non è vero!
Igor: Non insisto, è lei il padrone!

 

Auguri all’Albertone Nazionale


Oggi Alberto Sordi, l’Albertone Nazionale, avrebbe compiuto 96 anni! Quasi duecento film in mezzo secolo di attività, un emblema della romanità, uno dei più famosi attori del cinema italiano, era stato la ‘storica’ voce di Oliver Hardy della coppia Stanlio e Ollio, aveva lavorato in radio con Corrado (celebri i personaggi creati da I compagnucci della parrocchietta, dal Conte Claro a Mario Pio), aveva vinto 8 David di Donatello di cui uno alla carriera, 6 Nastri d’Argento di cui uno alla carriera e uno speciale postumo, un Premio speciale alla Mostra di Venezia e del Leone d’oro alla carriera, è stato fregiato del titolo di Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine al merito della Repubblica Italiana e della Medaglia d’oro ai benemerito della cultura e dell’arte, ricevuta postuma. Il 15 Giugno del 2000, l’allora Sindaco di Roma Francesco Rutelli, in occasione del suo 80° compleanno, lo aveva nominato Sindaco per un giorno. Durante gli ultimi anni della sua vita ha creato una Fondazione per aiutare gli anziani in difficoltà che sostiene anche la ricerca geriatrica dell’Università Campus Bio-Medico. Dal 2008 è stato istituito, inoltre, il Premio Alberto Sordi assegnato a personaggi del mondo dello spettacolo che si sono distinti nell’impegno sociale.

Alcune delle sue frasi più famose:

  • “Se il mondo fosse come lo presenta un certo cinema d’oggi, sarebbe un incredibile bordello“.
  • “Noi abbiamo avuto il privilegio di nascere a Roma, e io l’ho praticata come si dovrebbe, perché Roma non è una città come le altre. È un grande museo, un salotto da attraversare in punta di piedi”.
  • “La nostra realtà è tragica solo per un quarto: il resto è comico. Si può ridere su quasi tutto”.

Morto Giorgio Albertazzi simbolo del Teatro e del Cinema italiano


Vita intensa quella di Giorgio Albertazzi, una vita dedicata quasi interamente al suo grande amore, il Teatro. Era nato a Fiesole il 20 agosto 1923. Durante e dopo la fine della Seconda Guerra mondiale era stato vicino al Fascismo, aveva passato alcuni anni in carcere ed era stato liberato nel 1947 grazie alla cosiddetta “amnistia Togliatti”. Albertazzi iniziò a recitare in quegli anni, dopo la laurea in Architettura.

Fu uno dei primi attori a portare in televisione la recitazione e il teatro. Aveva debuttato con «Troilo e Cressida» di Shakespeare nel 1949 con la regia di Luchino Visconti. Amava ricordare che nel 1964 fu il suo «Amleto» con la regia di Franco Zeffirelli ad essere selezionato e rappresentato all’Old Vic di Londra per celebrare il 400° anniversario della nascita di William Shakespeare. Una carriera, la sua, che ha spaziato dal cinema alla televisione, da film indimenticabili come «L’anno scorso a Marienbad» a sceneggiati altrettanto indimenticabili come «L’idiota» e «Jeckyll». Tra le sue interpretazioni teatrali di maggiore successo, «Memorie di Adriano» della Yourcenar con la regia di Maurizio Scaparro. L’unico film di Albertazzi come regista di cinema fu Gradiva, del 1970.

Ciò che lo sosteneva era il suo genio creativo e per questo amava le provocazioni: tra le tante, anche quella di apparire nudo in pubblico, all’età di 87 anni, nello spettacolo «Cercando Picasso» diretto da Antonio CalendaNel 1996 Albertazzi – che recitò per tutta la sua vita – si candidò alla Camera sostenuto dal centrodestra, ma non venne eletto. Nel 2004 vinse il Premio Gassman alla carriera, e sempre in quegli anni, recitò insieme a Dario Fo in una serie di spettacoli-lezioni sulla storia del teatro italiano. Nel 2006, in occasione della cerimonia di apertura delle Olimpiadi invernali di Torino, interpretò il “Canto di Ulisse” della Divina Commedia e nel 2009 registrò per Rai 2 alcune letture della Divina Commedia fatte da L’Aquila. Nel 2014 partecipò alla decima edizione di Ballando con le stelle di Rai 1.

Mi piaceva anche il fatto che Albertazzi non avesse paura della morte. In una intervista aveva dichiarato: «È l’assoluto, è un mistero. Non bisogna averne paura, perché già il non sapere cosa succede dopo di lei è eccitante. E poi – aggiungeva – se davvero esiste l’inferno, come diceva Flaiano, i peccatori sono tutti nudi, e magari ci si può anche divertire».

Addio al Maestro Ettore Scola


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Irrational Man di Woody Allen


2bba14e2918e4f00aa47b04a8c594ebdI film di Woody Allen mi sono sempre piaciuti e lo ritengo un Regista geniale.”Irrational Man” è l’ennesimo omaggio alleniano al “Delitto e castigodi Dostoevskij, dopo “Crimini e misfatti“, “Sogni e delitti” e “Match Point“. Interessante il cast, musica azzeccata che scandisce tutte le scene, ma con una trama forse un po’ debole. I temi portanti sono quelli della morte, della logica intrecciata con la morale e del caso.

La storia è incentrata su Abe Lucas (interpretato da Joaquin Phoenix), un professore di filosofia che arriva all’Università del Rhode Island. Nonostante la fama di persona colta ed affascinante è invece un uomo frustrato, alcolizzato e senza mordente che cerca di scrivere, con scarsi risultati, un saggio su Heidegger e il fascismo. La vita di Abe si intreccia subito con quella di due donne: la collega Rita Richards (interpretata da Parker Posey) con un matrimonio in crisi e la studentessa Jill Pollard (interpretata da Emma Stone). Nonostante le attenzioni delle due donne, Abe continua ad essere frustrato, apatico, depresso, fin quando un giorno, in compagnia di Jill, ascolta involontariamente in un bar la conversazione di una donna disperata per la condotta di un Giudice che le vuole togliere la custodia dei figli.

E’ proprio in quella conversazione che il Prof. Lucas intravede una possibilità per riscattarsi. Finalmente la sua vita riacquista un senso e uccidere quel giudice diventa per lui un modo per ri-vivere. Inevitabile il riferimento a Franz Kafka che affermava: “La logica è sì incrollabile, ma non resiste a un uomo che vuole vivere”. Abe sfida così tutte le logiche, la morale, la razionalità per compiere un atto di giustizia, segue il giudice per alcuni giorni, studia le sue abitudini e lo avvelena. Solo Jill scoprirà chi si cela dietro a quel delitto apparentemente perfetto e così, con molto ritmo, si arriva ad un finale che sorprende…

L'”Irrational Man” (tanto irrazionale non lo definirei perchè si usa sempre e comunque la ragione per pensare di andare contro di essa) era convinto di poter pianificare la propria razionalità per “ritornare a vivere” e per “commettere il delitto perfetto”, ma non ha fatto i conti con la realtà e i pensieri di qualcun altro che poteva far saltare benissimo il suo piano.

 

Gli ultimi saranno ultimi


Gli ultimi saranno ultimiOggi ho visto il film “Gli ultimi saranno ultimi” diretto da Massimiliano Bruno. Dio aveva detto che “Gli ultimi saranno i primi… ma non ha detto di preciso quando!“. Questa è la frase con cui termina il film, ma la dice tutta sulla dura realtà di questi tempi a proposito del mondo del lavoro e della vita in generale. La trama è semplice: due storie parallele tra la coppia Gassmann – Cortellesi da una parte e Bentivoglio dall’altra nel piccolo paese di Anguillara (RM). Fabrizio Bentivoglio interpreta Antonio, un poliziotto veneto, che non è stato capace di difendere la vita di un suo collega e per questo viene trasferito nel paese laziale. Paola Cortellesi interpreta Luciana, una donna che lavora in fabbrica e che da anni cerca di avere un bambino con suo marito Stefano, interpretato da Alessandro Gassmann, disoccupato, che guadagna i soldi facilmente, combinando qualche “affare” qua e là. Quando finalmente Luciana riesce a rimanere incinta, viene licenziata, o meglio, non le viene rinnovato il contratto a “tempo determinato”. Da qui comincia il suo calvario che la fa scontrare con umiliazioni, aspettative deluse, in una società ostile, che all’atto pratico non aiuta, ma “affossa”, permettetemi il termine. Un barlume di speranza arriva dalla vicinanza degli amici della coppia, che però più di tanto non possono essere loro di aiuto, perchè presi a loro volta dalle responsabilità familiari. Il film termina con l’incontro/scontro tra il poliziotto Antonio e l’ormai stremata Luciana (a pochi attimi dalla nascita di suo figlio), che, in preda alla disperazione, si reca nella ex fabbrica dove lavorava per farsi riassumere. Non avendo ottenuto “attenzione” con le buone, ruba la pistola al suo ex collega della sicurezza e minaccia il suo ex Datore di lavoro. In quel momento arriva Antonio, che per riscattarsi dalla morte del suo collega, preme il grilletto e colpisce Luciana.

Io avrei fatto terminare il film qui ed invece il Regista ha scelto un altro finale, un po’ scontato. Credo che Massimiliano Bruno abbia centrato bene il tema, molto attuale, che è quello della solitudine, della disperazione sociale ed esistenziale che si prova nel restare senza un lavoro e nel non riuscire a trovarne uno nuovo, vuoi per l’età non più giovanissima, vuoi perchè donna, vuoi perchè incinta, vuoi perchè non hai le conoscenze giuste, vuoi perchè magari non sei scesa a compromessi, vuoi perchè “crisi” è la risposta a tutti i mali di questi tempi.

Licenziamento, mancanza di un lavoro, precarietà, rappresentano uno di quegli argomenti dei quali la gente “stranamente” non vuole mai sentir parlare, perchè procura un certo fastidio. Ma poi perchè parlare di questi argomenti procura tutto questo “fastidio”?!? Forse perchè chi ha una occupazione se ne sbatte altamente di come si sente chi un lavoro non c’è l’ha o non riesce a trovarne uno? O semplicemente si possono capire certe situazioni solo se si provano sulla pelle? Dove sono finite la comprensione, la solidarietà che contraddistinguono gli esseri umani? Non parliamo poi dello Stato che non garantisce la “sicurezza” dei suoi cittadini, figuriamoci se ci aiuta nella ricerca di un lavoro!

E tutti gli ostacoli che le donne incontrano perchè “vogliono lavorare” e avere un posto in questa società? Ogni tanto fa bene ricordare che la società è di tutti e non solo degli uomini e che è proprio grazie alle donne che “generano altri uomini e donne” che essa va avanti!

Una società civile che si definisce tale, dovrebbe riaffermare quei valori di un certo rilievo culturale e sociale come la dignità, il rispetto, la libertà e i diritti che oggi vengono spesso calpestati. Sarò forse un’utopista, ma il mio desiderio è che presto si tornino a riconsiderare le cose davvero importanti per la nostra evoluzione!

Il mistero sulla morte di Pasolini dopo 40 anni…


Chissà se si scoprirà mai la verità sulla morte di Pier Paolo Pasolini avvenuta nella notte tra il 1 e il 2 novembre del 1975!

Considerato uno dei più grandi intellettuali italiani del XX secolo, Pasolini, non era solo un Poeta, Scrittore, Regista, Giornalista, Editorialista, Filosofo e Pittore, ma un attento “osservatore” dei cambiamenti della società italiana dal secondo dopoguerra alla metà degli anni settanta.

Radicale nei suoi giudizi, pungente verso le abitudini della borghesia e la nascente società dei consumi, accusatore dell’intera classe politica, contrastato dalla destra e scomodo pure a sinistra, condannato dai cattolici per i suoi vizi e per la sua omosessualità.

Una vita piena la sua, ma quello che successe quella famosa notte ancora non ci è dato saperlo!

Potrebbe essere stato ucciso dal “ragazzo di vita” Pino Pelosi con cui era uscito quella sera e che si sarebbe difeso dalle sue avances, oppure la sua morte potrebbe essere collegata alla “lotta di potere” che prendeva forma in quegli anni nel settore petrolchimico, tra Eni e Montedison.

Mi auguro che prima o poi la verità venga fuori, l’unica cosa che non potranno mai toglierci sono i suoi scritti, tutte le sue opere e i suoi film!

Le frasi più belle secondo me sono:

“I diritti civili sono in sostanza i diritti degli altri”.

“Bisogna essere molto forti per amare la solitudine”.

“Il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica sono due cose inconciliabili in Italia”.

“Chi si scandalizza è sempre banale: ma, aggiungo, è anche sempre male informato”.

“La morte non è nel non potere più comunicare, ma nel non potere più essere compresi”.

Nell'immagine distribuita dall'ufficio stampa il 14 aprile 2014 Pier Paolo Pasolini sul set di Teorema. La foto ?? esposta all'interno della mostra 'Pasolini-Roma' a palazzo delle Esposizioni nel 2014 ANSA/UFFICIO STAMPA PALAZZO DELLE ESPOSIZIONI +++DA UTILIZZARE SOLO IN RELAZIONE ALLA NOTIZIA DI QUESTA MOSTA - NO SALES - EDITORIAL USE ONLY+++